Intervista a Edoardo Agresti

Intervista a Edoardo Agresti

1) Ciao Edoardo, sei un affermato fotografo di reportage, giri il mondo da moltissimi anni e produci reportage con grande passione ed ottimi risultati, cos’è che ti ha avvicinato al matrimonio?

Ho iniziato a viaggiare ereditando la passione dai miei genitori. Entrambi erano grandi viaggiatori e non appena ho potuto ho iniziato a viaggiare in autonomia. Questi viaggi mi hanno permesso di acquisire esperienze tali che mi permettono di avere le idee molto chiare su questo tema. Non c’è alcuna differenza fra un matrimonio e una festa in India. Semplicemente perché la fotografia di matrimonio non esiste! Il matrimonio è un evento come tanti altri e come tale deve essere trattato in maniera reportagistica. Questo almeno è il mio modo di vedere.

 

2) Quali sono le affinità tra il tuo modo di vedere ls fotografia e le esigenze del servizio per il matrimonio?

Durante lo svolgersi di un matrimonio, lavoro come se fossi nel backstage di un concerto o se stessi camminando fra i vicoli di un mercato del Sud America. I miei servizi non prevedono scatti posati. Questo approccio è molto difficile da mettere in pratica, perché non prevede seconde chance: o è buona la prima, oppure hai fallito. Sul matrimonio c’è un’altra scuola di pensiero, che però non condivido, e che interpreta la fotografia di matrimonio alla stregua della fotografia di moda: il trucco, la preparazione, gli indumenti, gli sposi rivisitati come modelli, l’acconciatura, il parrucchiere, guarda qui, guarda là, quindi tutte le fotografie posate che ne derivano…

 

3) Tra i grandi riconoscimenti che ottieni, fotografo dell’anno ANFM, fotografo dell’anno AG-WPJA e tanti altri piazzamenti in contest importanti, spiccano soprattutto la soddisfazione, l’affetto e la stima che i tuoi clienti dimostrano lasciandoti notevoli feedback sul tuo sito (www.edoardoagresti.it) come interpreti questi segnali?

La cosa in sé fa molto piacere perché dimostra che c’è ancora chi crede nel valore della fotografia, chi sa distinguere fra un servizio importante e uno per così dire “normale”. L’appiattimento culturale di cui oggi la fotografia soffre, non fa che accrescere il valore di questa constatazione. Io metto tutto me stesso nella fotografia, nel mio lavoro e quindi nella fotografia di matrimonio: forse tanta sensibilità traspare dalle mie parole, dal mio modo di lavorare, fino a essere percepito dai clienti e da chi mi ascolta. Per me, la fotografia è vita!

 

4) Cosa intendi per servizio fotografico importane e/o normale?

È molto semplice: un ottimo reportage di matrimonio (o di viaggio, ndg) deve raccontare ciò che accade in una delle giornate più speciali per gli sposi, con scatti tecnicamente perfetti, importanti e capaci, al tempo stesso, di trasmettere emozioni. In un servizio “normale” questa perfezione manca. Resta soltanto la cronaca.

 

5) Cosa ne pensi di chi ha definito, e definisce tutt’ora la fotografia di matrimonio di serie B ?

Ancora oggi fotografare il matrimonio viene visto, da molti, come un ripiego temporaneo, qualcosa di cui non andare fieri ma casoami giustificare in qualche modo. Ma perché? Ma ci si vuole rendere conto una volta per tutte che ci sono dei fotografi con gli attributi nell’ambito della fotografia di matrimonio? Che se fatto, ad esempio, come il reportage di un evento, è forse uno degli assignment più difficili su cui un professionista si può confrontare? Che deve essere buona la prima, perché se sbagli il servizio non è che puoi aspettare l’anno dopo o chiedere alla coppia o agli invitati di rifare tutto da capo? Che, come dice Scianna in una sua intervista, quando documenti lo devi fare al meglio, con il diaframma giusto e alla giusta distanza dal soggetto, e non hai tempo di pensare troppo alla tecnica – quella la devi conoscere a prescindere – perché l’evento va avanti e molto di quello che accade dura giusto il tempo di pochi secondi (il momento decisivo bressoniano vale a maggior ragione nel giorno del matrimonio). Quando porti avanti un progetto fotografico magari impieghi alcuni mesi, addirittura anni e se ancora non ti soddisfa puoi sempre rimandarne la pubblicazione. Nel matrimonio no! Il tutto si esaurisce nell’arco di poche ore e il servizio deve uscire al meglio senza se o ma.

 

6) Leggo che sei spesso impegnato con matrimoni all’estero. Per questi usi un differente approccio o il matrimonio è uguale ovunque?

Più che di approccio parlerei di stile differente. È bene infatti conoscere le abitudini, i tempi e il susseguirsi degli eventi che caratterizzano i matrimoni all’estero. Nelle celebrazioni anglosassoni, per esempio, gli sposi abbandonano la chiesa prima degli invitati, mentre durante la festa si riserva un’oretta ai famosi discorsi, cosa che qui in Italia assume invece un significato minore. Ma è un’altra la differenza fra i ricevimenti esteri e quelli italiani: ovunque si balla e si balla tanto, senza distinzione di età o di ruolo. In Italia invece si assiste a scene molto tristi in cui quattro, cinque invitati al massimo, fanno finta di ballare al centro della pista perché costretti o implorati dagli sposi.

 

7) Per chi inizia… Si può emergere, oggi, fra i “mille fotografi” che nascono ogni giorno?

Sarei tentato di dire di sì, nel senso che, per chi è bravo, c’è ancora possibilità di crescita e di imporsi sul mercato, emergendo dalla massa. È da constatare, d’altra parte, l’abbassamento del livello culturale di chi usufruisce dei nostri scatti. Si sta infatti tornando all’idea che la classica bella fotografia sia quella che ritrae le palme in riva al mare, con il sole calante sullo sfondo, null’altro. Ti dirò di più: durante i miei workshop, cito spesso nomi del calibro di Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger. Bene, la stragrande maggioranza dei partecipanti – e spesso si tratta di fotografi già avviati alla professione – resta disorientata di fronte a tali nomi, non sapendo che i signori in questione hanno fondato la più grande agenzia fotografica al mondo, ovvero la Magnum Photos…

 

8) Per finire, sapresti dirmi quale, secondo te, è l’errore che più spesso commettono i fotografi?

Per quanto riguarda il reportage di viaggio, l’errore più frequente sta nella paura di avvicinarsi troppo al soggetto. Robert Capa, uno dei più grandi fotografi di guerra di tutti i tempi, affermava che se una foto non è bella, è perché il fotografo non è stato sufficientemente vicino al soggetto. Se pensi che Capa ha documentato lo sbarco in Normandia… Per quanto riguarda invece il reportage di matrimonio, l’errore più grande che un fotografo possa commettere è quello di presentarsi in jeans e gilet fotografico. Nulla di più sbagliato: se tutti sono in smoking, anche il fotografo deve essere in smoking. Per un solo motivo: l’operatore fotografico deve risultare invisibile e confondersi fra i partecipanti all’evento, in modo da non attirare l’attenzione. Ho lavorato in smoking in una delle mie ultime trasferte italiane, per un matrimonio gestito dalla Wedding Planner, la stessa agenzia che “ha sposato” William e Kate.

 

Tratto da “Intervista ad Edoardo Agresti” di Dino del Vescovo edito da NIKON School

ANFM
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