Intervista a Daniele Vertelli

Intervista a Daniele Vertelli

Ancora vittorie, Daniele. Hai vinto in tutti i contest italiani e internazionali, in alcuni più volte. Su MyWed sei primo da più di un anno. So che questo non ti fa sentire appagato però, perché?

Quando 7 anni fa ho deciso di realizzare il mio sogno di diventare fotografo professionista, non immaginavo certo tutti questi premi, ma vedevo questa prospettiva come una strada per emergere e quando vivi in un piccolo paese di provincia, le strade che ti si aprono non sono molte: questa dei contest era una delle poche opzioni che altri avevano tracciato prima di me.

 

Ho imparato molto, una strada che mi è costata tanti sacrifici, soprattutto l’obbligo di confrontarmi con me stesso, accettare il valore della vittoria, ma soprattutto il valore della sconfitta.

 

Ho trovato nel mio percorso la stima di molti colleghi, ma anche l’invidia, ho trovato persone meravigliose ma anche altre che non lo sono state.

 

Questo mi ha fatto capire che è molto bello salire in cima, sempre più in alto, una corsa inebriante che può farti perdere il contatto con la realtà.

 

Trovo però patetici certi comportamenti divistici di colleghi che si credono “artisti” solo perché fanno i fotografi di matrimonio; io credo che un bagno di umiltà farebbe bene a tutti.

 

Quando qualcuno ti mette su un piedistallo o su quel piedistallo ti ergi con la sola forza delle tue capacità, ti rendi conto che, oltre alla notorietà che certamente ti appaga, c’è anche la responsabilità e i doveri che hai nei confronti di chi da te si aspetta una guida.

 

Nel 2012 ho vinto per la prima volta il titolo di fotografo dell’anno ANFM, subito dopo decisi che volevo provare a fare un workshop. Desideravo mettermi in gioco e scoprire se fossi riuscito a trasmettere qualcosa agli altri.

 

Certamente avevo un ego da appagare, ma anche tanta voglia di dare qualcosa in cambio.

 

Quella mattina un ragazzo si presentò e mi disse di essere partito la notte prima dalla Sardegna con un traghetto per venire ad ascoltarmi.

 

In quel momento le mie certezze crollarono tutte e fragorosamente. Avvertii chiaramente il peso della responsabilità, perché quel giovane ragazzo doveva tornare a casa con qualcosa di utile per lui, altrimenti avrei fallito, come fotografo e come persona.

 

Se mi sento appagato? Probabilmente si, ma ancora non è una sensazione stabile, potrebbe cambiare.

 

Ho ancora qualche colpo da assestare.

 

 

Cosa ti piace di questo mestiere? Sei una persona che lo fa con gioia e ne trae profitto prima emotivo piuttosto che economico. Qual è la fonte di questo entusiasmo?

Mi piacciono le relazioni fra persone, mi piace vivere la mia vita condividendola con gli altri, mi sento una persona aperta, curiosa.

 

Mi sono stati insegnati dei valori importanti nei quali io fortemente credo, come la lealtà, l’amicizia la sincerità.

 

Purtroppo tutti questi valori nella società odierna vengono messi da parte; c’è chi vede nel collega un nemico da abbattere o da invidiare o da intralciare: chi la pensa così, con me si scontrerà sempre, troverà sempre un carro armato pronto alla guerra.

 

Il mio mestiere è il mio linguaggio, non c’è cosa più bella della comunicazione, ascoltare e poter parlare a qualcuno che ti ascolta.

 

Che importanza ha la fotografia nella tua vita? Quanto tempo occupa e soprattutto, vorresti che ne occupasse di meno?

La fotografia è il mio modo di comunicare me stesso agli altri, in questo momento è il mio alfabeto, viene da se che occupa il 100% della mia vita.

 

Detto questo, non escludo che non sperimenti altri linguaggi artistici comunicativi, anzi è molto probabile che lo faccia presto, non intendo morire fotografo, né ho mai avuto questa pretesa.

 

Mi annoio molto quando le situazioni si ripetono e quando il punto di saturazione è stato raggiunto, ciclicamente butto tutte le carte in aria per cambiare strada.

 

Da bambino dipingevo molto e disegnavo molto bene… poi è arrivata la fotografia, un’altra forma d’arte, ma non è detto che nel futuro non torni alle mie origini artistiche.

 

Adesso sono single, non ho relazioni e sono ben cosciente che se sentirò forte il desiderio di legarmi con qualcuno, necessariamente dovrò scendere a compromessi, ovviamente accettabili e nel rispetto reciproco.

 

Ci sono esperienze passate che hanno condizionato in maniera significativa il tuo modo di fotografare, che hanno lasciato una loro impronta nel tuo approccio alla vita e dunque al modo che hai di vedere le cose?

Si, tanti episodi che la maggior parte delle persone considererebbero tragici; una relazione finita in malo modo e dalla quale mi sono ripreso dopo molto tempo, una sofferenza che mi è servita come volano, mi è servito mettere il nemico sul comodino per osservarlo ogni giorno, per dimostrargli il valore della mia rivalsa, ma che alla fine ti rendi conto di aver avuto bisogno per dimostrare solamente a me stesso quello che valevo.

 

La morte “giusta” di mio padre, un’esperienza che ti cambia totalmente e profondamente e che ancora oggi non saprei descrivere bene, ma è come se tutte le cose superflue della vita perdessero di valore e rimanessero in evidenza solo le cose importanti.

 

La morte di mio fratello, un’esperienza voluta, cercata ed accettata. Lui ha sempre vissuto la sua vita al 110% senza mai pentirsi di niente, neppure delle enormi cavolate che ha fatto.

 

Un giorno, in ospedale, ho tirato fuori la macchina fotografica per immortalare un abbraccio di mio fratello con mia madre: è stata una violenza che mi sono fatto, ma che ringrazio ogni giorno, perché io come fotografo sono nato lì, in quell’istante…..

 

 

Parliamo di rinnovamento. La fotografia di matrimonio nel mondo è più viva che mai, social e internet ne favoriscono diffusione, condivisione e crescita. Tu cosa fai per evolvere il tuo stile fotografico, per far sì che rimanga al passo con i tempi o, meglio ancora, ne sia precursore?

Semplice, ho deciso di alienarmi… anche io ho preso ispirazione da molti, dai punti di riferimento di tanti che per un po’ hanno funzionato.

 

Sono cresciuto e migliorato sotto tanti aspetti, ho capito grazie agli altri tutti gli aspetti del mio lavoro.

 

Ma come la fotografia si è sviluppata dentro di me, dentro di me deve tornare, per trovare tutte le risposte che cerco.

 

Ho smesso di guardare cosa fanno gli altri, non mi interessa più, la mia strada la posso trovare nel luogo più semplice e a portata di mano: dentro me stesso.

 

La fotografia di matrimonio in Italia in questi ultimi anni ha avuto una sferzata di crescita e rinnovamento. Dove possiamo arrivare?

Possiamo arrivare lontano! In questi anni abbiamo inseguito, siamo migliorati tutti, è stato bellissimo vedere questa esplosione.

 

La fotografia wedding italiana era considerata una cenerentola dagli altri Paesi, adesso è un punto di riferimento fra le varie tendenze mondiali.

 

Secondo me, dopo aver preso ispirazione dagli altri, è giunto il momento di mettere la freccia e sorpassare.

 

Possibile che l’Italia il Paese di Leonardo, Michelangelo, Modigliani, De Chirico, Brunelleschi, Botticelli, il Paese di Fellini, Antonioni, Pasolini, De Sica, Bertolucci, il Paese di Carducci, Dante, Verga non sia capace di esprimere un proprio stile compiuto e italiano? La nostra genialità, la nostra impronta deve venire fuori, la nostra italianità deve fare scuola.

 

Se dovessi dare un consiglio ai fotografi che ti stanno leggendo, qual è la prima cosa che diresti loro? Su cosa bisogna puntare oggi per aprirsi una finestra sul mercato?

Mi viene in mente un celebre discorso di Steve Jobs, “siate folli”, ma sarò molto più pratico, in un mercato che tende alla saturazione cercate di riempire le varie mancanze, i vari vulnus che si creano nel mercato e sono ovunque.

 

Sono stato qualche giorno fa a Trapani, in Sicilia, per un workshop: il contesto del sud in generale è più difficile e ho visto in molti la rassegnazione, atteggiamento sbagliatissimo, le finestre si possono aprire ovunque.

 

Ci sarà sempre spazio per il bello.

 

ANFM sta crescendo, stiamo crescendo insieme. Cosa intravedi nel futuro di questa associazione e che importanza può rivestire a livello nazionale per la comunità di fotografi di matrimonio? Perché chi non ne fa parte dovrebbe associarsi?

Associazione! Vorrei partire da questo termine che è molto indicativo, non tutte le persone sono fatte per associarsi, chi ha deciso di giocare in proprio fa benissimo, evidentemente l’associazione gli va stretta. Associarsi vuol dire seguire delle regole deontologiche, associarsi vuol dire perseguire un obbiettivo comune, associarsi vuol dire condivisione.

 

Associarsi vuol dire anche far valere insieme la forza dei numeri.

 

Per portare avanti un obbiettivo comune serve la forza che da soli non siamo in grado di esercitare.

 

ANFM sta crescendo molto e crescerà ancora di più, perché lo spirito che la muove è giusto, le battaglie che portiamo avanti sono degne di essere sostenute.

 

Sono orgoglioso di farne parte e di poter contribuire alla crescita.

 

Essere associati ANFM deve essere sinonimo di garanzia, deve essere sinonimo di qualità.

 

Questa associazione da poco si è data un nuovo simbolo, da non sottovalutare, è un accento sul cuore e questa associazione ha un cuore grandissimo, perché in essa ci sono tante persone che gratuitamente tolgono tempo ai propri affetti e al proprio lavoro per portare avanti obbiettivi comuni nell’interesse di tutti i fotografi italiani.

 

ANFM vuole diventare un punto di riferimento nel panorama italiano e a quelli che la criticano mi sento di dargli questo consiglio: rassegnatevi! Perché noi ci riusciremo… la strada intrapresa è faticosa e difficile, ma l’esito è scontato perché dalla nostra abbiamo la determinazione di lasciare un segno.

 

Detto questo ANFM è già il punto di riferimento.

 

In merito alla convention di quest’anno, la sensazione che è rimasta a molti lasciando Bologna è che questo meeting abbia segnato un punto di svolta. Sai spiegarti perché?

Io non faccio parte del Direttivo dell’Associazione, ma sono un semplice associato che è disposto a dare una mano.

 

Diversi anni fa l’Associazione è partita con numeri modesti, poi piano piano è cresciuta con l’impegno e la dedizione, fino a diventare quella che è oggi.

 

Quando vedi il traguardo avvicinarsi allora i sogni prendono il volo, l’asticella si sposta verso l’alto e l’entusiasmo è contagioso.

 

Io penso che questa convention sia stata un punto di svolta, siamo diventati grandi e adulti e adesso bisogna fare le cose da grandi e servirà molto più impegno ed attenzione.

 

Tutti i partecipanti hanno capito lo spirito di ANFM e questa è la cosa più importante.

 

Non viviamo questa realtà dietro ad un computer e da soli, ma incontriamoci e condividiamo le nostre esperienze.

 

Un’ultima domanda. A qualcuno sembra che qui in Toscana sia nata una sorta di lobby, una specie di loggia massonica del wedding che è in grado in qualche modo di condizionare la fotografia di matrimonio in Italia. Ti va di spiegare come stanno realmente le cose?

Mi fa sorridere questa domanda, perché penso che un professionista o una persona intelligente ci arriva da solo….

 

La Toscana è un caso a parte nel panorama italiano, è una regione ricca di storia di cultura, di paesaggi mozzafiato, molto famosa all’estero: va da se’ che sia in cima ai desideri di molte coppie che sono in procinto di sposarsi.

 

Dall’estero arrivano in Italia circa 8000 coppie di stranieri, almeno 4000 scelgono la Toscana come location, ben il 50%. Ovviamente questo comporta anche la presenza nel territorio toscano di molti professionisti e molta concorrenza ti obbliga ad alzare l’asticella della qualità.

 

Quando ho iniziato la mia professione 7 anni fa, insieme al mio socio Andrea Corsi, questo aspetto era già evidente.

 

Sapevo di confrontarmi con i migliori fotografi italiani e sapevo anche, che uno dei migliori era proprio nel mio studio.

 

Oggi se mi guardo intorno, nel raggio di 30 km mi trovo fotografi del calibro di Carlo Carletti, David Bastianoni, Marco Miglianti, Edoardo Agresti, ma anche fotografi che hanno raggiunto velocemente una certa notorietà come Fabio Mirulla, Roberto Panciatici, Fortunato Caracciolo, Riccardo Pieri, Thomas Harris, Francesco Spighi, Beatrice Moricci, Lelia Scarfiotti e anche tanti altri famosi fotografi fiorentini.

 

Allora cosa avrei dovuto fare? Iniziare una guerra contro ognuno di loro? Mi dispiace molto per chi ha una visione diversa dalla mia, ma la cosa che istintivamente mi è venuta in mente è stato collaborare, perché avevo da imparare da ognuno di loro.

 

Poi i rapporti di collaborazione si sono intensificati e sono nate delle vere e proprie amicizie.

 

Mi dispiace per chi non vede in questo un modello da esportare, ma vi garantisco che funziona!

 

Il risultato è sotto gli occhi di tutti e sono orgoglioso di aver contribuito a farlo nascere insieme all’apporto fondamentale di Andrea.

 

Il confronto, il mettersi in discussione, uscire dal proprio recinto, la collaborazione, sono tutti elementi che a mio avviso un fotografo deve perseguire.

 

Arroccarsi sulle proprie convinzioni, guardare sempre il proprio orticello, nutrire il proprio ego smisurato, pensare sempre e solo al proprio profitto, l’invidia nei confronti degli altri, cercare ad ogni costo il proprio palcoscenico dove esibirsi, considerare gli altri colleghi come nemici… tutti comportamenti che mi fanno una grande pena.

 

ANFM
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