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Ciao Edoardo
innanzitutto grazie per aver accettato
di condividere con noi la tua
esperienza.
Come associazione
di fotografi di matrimonio siamo
ovviamente interessati al costante
aggiornamento professionale e alla
continua ricerca di stimoli e avremmo
quindi un grande piacere di sentire
direttamente da te qualcosa del tuo
lavoro visto che lo riteniamo
particolarmente significativo e
stimolante per noi.
Edoardo, sei stato
nominato fotografo dell’anno ANFM,
quali sono state le tue sensazioni i in
quel momento?
Mi sono sentito molto orgoglioso. Per
me la fotografia è vita e, come tale, ci
sono delle tappe importanti che devono
essere contemporaneamente punto di
arrivo e di partenza verso nuovi
obbiettivi. L’essere nominato Fotografo
dell’anno è un traguardo prestigioso
che, credo, sia stato il frutto di una
crescita professionale continua nel
corso di anni di “scatti” fatta di
sacrifici che solo la passione pura e
vera per la fotografia mi ha permesso di
affrontare. Questa intervista è anche
l’occasione giusta per ringraziare tutti
coloro che hanno creduto in me, spero di
non deluderli in futuro.
Passiamo ora ad
argomenti più specifici riguardo al tuo
lavoro:
Prima di tutto vorremmo
conoscere le origini della tua arte,
cioè qual è stata la tua formazione
professionale e da cosa trova
ispirazione quotidianamente.
Ho avuto la fortuna di avere in mio
padre un amante della fotografia e
quindi fin da piccolo ho “respirato”
un’aria carica di corpi macchina,
obiettivi, stampe in bianco e nero e a
colori. E’ sicuramente grazie a lui che
mi sono avvicinato alla fotografia. Per
quanto riguarda l’ispirazione questa
viene dalla vita, dal quotidiano, dalla
gente. Si crea una sorta di legame
invisibile, una simbiosi con l’ambiente.
Così come insegna Henry Cartier Bresson:
improvvisamente ecco “l’istante
decisivo” e, nel momento in cui scatti,
occhio, cuore, mente sono sulla stessa
linea di mira.
Per un fotografo
ovviamente un elemento fondamentale è la
luce, a tal proposito qual è il tipo di
illuminazione che tu ricerchi e
prediligi?
Hai perfettamente ragione. Ho avuto
la fortuna e l’onore di passare alcuni
giorni con il grande Steve McCurry e i
sui insegnamenti sono stati veramente
preziosi. La prima cosa che mi diceva
era: “the light”. Come per non
dimenticare che l’etimologia di
fotografia è “scrivere con la luce”.
La luce che preferisco è senza dubbio
quella naturale e non necessariamente
quella dell’alba o del tramonto come
spesso è suggerito in molti libri di
fotografia. Infatti la luce migliore è
legata in forma imprescindibile al
soggetto che stai fotografando, al luogo
e all’emozione che vuoi suscitare dalla
visione dello scatto. Una sposa ripresa
al tramonto- magari con la palla del
sole alle spalle – rischia di essere uno
scatto banale mentre enfatizzare chiari
scuri con la luce forte del primo
pomeriggio può dare un dinamismo
particolare all’immagine.
Quanto è importante
l’aspetto tecnico nel tuo modo di
operare?
Ecco un altro aspetto
fondamentale. Molti “fotografi” pensano
che – in modo particolare adesso con il
digitale – non sia così importante
conoscere le tecniche della fotografia.
Non sai quanto sbagliano soprattutto se
il loro approccio alla fotografia di
matrimonio è di tipo reportagistico
come lo è il mio. Ritornando all’”istante
decisivo” di Bresson, di cui ho
accennato in precedenza, o al “momento
unico” di Ian Berry, il reportage è
frutto di una serie di attimi
irripetibili e, spesso, il tempo che hai
a disposizione per scattare è di pochi
secondi, alcune volte meno. “Vedi”
l’immagine e devi riprendere. Non hai
tempo per pensare alla tecnica, la devi
avere talmente nel sangue che, come
diceva Rodger, scattare ti deve riuscire
facile come bere una tazza di caffè.
Oggi, inoltre, con il digitale devi
necessariamente avere molta familiarità
anche con i mezzi di “elaborazione”
della fotografia in postproduzione che
sono importanti quasi allo stesso
livello della ripresa “on camera”.
Per rimanere sull’aspetto
tecnico del tuo lavoro, quali sono le
ottiche che preferisci?
Sempre in sintonia con il mio modo
“fotogiornalistico” di lavorare,
preferisco indubbiamente i grandangoli
anche quelli estremi come il fish eye.
Il grandangolo infatti ti permette di
entrare dentro alla scena e di
descrivere quello che sta accadendo
anche contestualizzando l’evento. La
preparazione della sposa, la festa, la
cerimonia sono tutti momenti in cui
avere un angolo di campo grande ti
permette di includere molto. Certo non è
così semplice ottenere degli scatti
interessanti perché c’è il rischio di
mettere troppi elementi eterogenei nel
“fotogramma” e quindi creare confusione
(a meno che non la si ricerchi
volutamente). Uso anche dei tele o medio
tele per fare qualche dettaglio o per i
ritratti. In quest’ultimo caso il tele
si rivela fondamentale perché così mi
mantengo a distanza dal soggetto che non
sa mai quando verrà fotografato.
Pellicola o digitale?
Ancora oggi c’è qualcuno che ha dei
dubbi? Ti rispondo con una domanda che
rivolgo poi anche ai lettori: perché
usare la pellicola? Quindi assolutamente
digitale dando per scontato che un
professionista utilizzi materiale
professionale
Cosa troviamo nella borsa
di Edoardo Agresti?
Come ben sai io faccio parte del
Nikon Professional Team e sono
coordinatore nazionale della Nikon
School Travel quindi utilizzo macchine e
ottiche…Nikon ovviamente. Comunque sono
nikonista da sempre visto che ho
ereditato da mio padre le mie prime
reflex: le storiche Nikon F. E ti dirò
che, a parte alcuni anni fa quando ti
confesso ho un pochino invidiato la
concorrenza che, obbiettivamente, aveva
dei prodotti migliori, non mi sono mai
pentito della mia scelta. Oggi direi che
di meglio non c’è. Nella mia borsa sia
durante i matrimoni che nei miei viaggi
non possono mancare: 3 corpi macchina
(D3 o D700, D300, D70s convertita per
scattare all’infrarosso; come obiettivi
invece: 10,5; 17-35; 17-55; 12-24; 50;
70-200. Infine un flash (SB900) che
utilizzo esclusivamente durante la festa
nei matrimoni e sempre impostato sulla
seconda tendina.
Computer e hard disc esterno per il
back up
Nel rapporto con i
clienti, hai delle proposte precise o
lasci che i clienti ti diano delle
indicazioni sul come vorrebbero il loro
servizio.
Ho una sola proposta. Ormai la mia
clientela è molto omogenea sia che
lavori in Italia che all’estero. Chi
viene nel mio studio in genere è frutto
del passaparola oppure perché ha visto
il mio lavoro in internet o nei miei
libri. Quindi hanno già un’idea
abbastanza precisa di quello che
ricercano: un servizio che va dalla
preparazione fino a festa inoltrata
ripreso senza alcuna posa, con una
shooting section in esterni limitata a
non più di 15/20 minuti, insomma un vero
reportage. Sottolineo “vero” troppo
spesso infatti si vedono dei lavori
spacciati per reportage sono stati
accuratamente “costruiti” ad oc o
addirittura “cose” che con il reportage
non hanno niente a che vedere. Oggi sono
sempre più numerose le coppie che
richiedono un fotografo che sia in grado
di lavorare senza fare della fiction e
quindi ci sono tanti colleghi che magari
sono dei grandi fotografi “classici” che
tentano di convertirsi al reportage. Non
ci si improvvisa fotoreporter così come
non ci si improvvisa “classici”. Quindi
se posso permettermi un consiglio: una
volta scelto un modo di lavorare
cerchiamo di migliorare e di crescere
seguendo uno stesso stile, una stessa
linea. Più è alta la professionalità,
più è unico e riconducibile a un preciso
progetto fotografico e più saremo
premiati dal mercato.
Si dà per scontato che per
ottenere i migliori risultati si debba
lavorare con file in formato RAW, ma mi
capita talvolta di sentire dei colleghi
che per motivi di praticità lavorano in
JPG, tu cosa ne pensi.
Altra interessante domanda che dà per
scontato l’utilizzo del digitale.
Indubbiamente dal file Raw ottieni il
massimo che può offrire la tecnologia
digitale, certo è che per essere
stampato ha bisogno di essere
“sviluppato” non a caso si chiama anche
“negativo digitale” e inoltre contiene
il massimo delle informazioni possibile
e quindi “pesa” di più rispetto ad un
jpg. Quindi i tempi di lavorazione e lo
spazio di archiviazione sono maggiori.
Devo dire però che le macchine digitali
di ultima generazione – nel mio caso mi
riferisco alla D3 e alla D700 – se
opportunamente settate danno dei jpg on
camera che non hanno niente da invidiare
a quelli convertiti dal Raw. Quindi, a
meno di situazioni di luce particolari
dove l’avere il file “grezzo” ti
permette di tirare su delle ombre o
tentare di recuperare delle alte luci in
post produzione, direi che si può
lavorare tranquillamente in jpg.
Se lavori in formato RAW,
potresti dirci quale programma utilizzi
per sviluppare questi file e per quale
motivo?
Non sempre lavoro in Raw ma quando lo
faccio utilizzo sempre il Capture NX2,
un software molto potente sviluppato
dalla Nikon per l’elaborazione dei file
Nef (ossia il Raw Nikon). Questo
software infatti, a differenza di tutti
gli altri programmi (Aperture piuttosto
che LightRoom) mi permette di tirare su
il Raw con tutte le regolazioni che ho
preimpostato on camera. Così nella
maggior parte dei casi non faccio altro
che convertire il file in automatico
senza fare alcuna correzione.
Passiamo ora al flusso di
lavoro (work flow) nella fase di
post-produzione: se non sono troppo
indiscreto, potresti parlarci dei
software che utilizzi, di quali fasi
della lavorazione curi personalmente e
in che modo procedi?
Già nella risposta alla domanda
precedente spiego quale è il mio
workflow e quali programmi utilizzo. In
aggiunta posso dire che talvolta mi è
utile anche Photoshop. Nel mio studio ho
una persona che si occupa della
post-produzione anche se, prima della
stampa, ricontrollo personalmente ogni
file.
E veniamo al cuore
del tuo lavoro:
Qual è l’aspetto al quale
dedichi maggior attenzione, il
racconto, l’emozione, la qualità tecnica
o altro? Quale aspetto cerchi di
evidenziare nel racconto del giorno del
matrimonio?
Mi spiego meglio nella risposta alla
domanda successiva, ma quando lavori in
forma reportagistica il racconto è la
parte più importante del risultato
finale. Non per nulla “reportage” è una
parola francese che significa riportare
nel senso di raccontare. Poi come si
racconta è la peculiarità, la
caratteristica e la riconoscibilità di
ogni singolo fotografo. Per me il
racconto deve essere fatto di emozioni,
di descrizioni, di particolari, di
attimi, di insiemi il tutto con un
controllo della luce, degli sfondi,
degli elementi compositivi, degli
equilibri cromatici al massimo. Essere
un bravo fotografo di reportage è
difficile ma esserlo di reportage di
matrimonio lo è ancora di più.
L’emozioni nel matrimonio, come in pochi
altri eventi della vita, sono un
qualcosa di irripetibile, di unico, non
sono ammesse repliche!
Hai un particolare modo di
procedere nell’affrontare il lavoro,
cioè affronti la giornata affidando il
lavoro all’improvvisazione e allo
svolgere degli avvenimenti o crei una
traccia da seguire?
Molte volte quando mi sono
confrontato con altri colleghi
soprattutto nel panorama nazionale o
durante dei miei workshops e mi sono
presentato anche come fotografo di
matrimoni molti hanno storto il naso.
Ossia c’è ancora qui in Italia la
concezione che il fotografo di matrimoni
sia una professione di serie B o C
ancorata al fatto che il Fotografo di
Matrimoni è l’”ottico” del paese che
vende occhiali, misura la vista,
consiglia cornici, stampa calendari,
vende macchine fotografiche e album in
pelle e, alla fine, per arrotondare fa
le fotografie di matrimonio. Devo dire
che, purtroppo ancora in molti, troppi
casi questo accade davvero.
Manca la professionalità, cosa che
invece non viene assolutamente mai messa
in discussione all’estero. Una coppia di
americani piuttosto che di inglesi non
si sognerebbe mai di entrare da un
ottico o da un fotonegoziante a chiedere
informazioni sul servizio fotografico
del proprio matrimonio. Se avete
l’occasione di confrontarvi con
fotografi internazionali vi renderete
conto di avere davanti dei Fotografi
che non hanno niente da invidiare ai
fotoreporter del National Geographic
piuttosto che di Life.
Il fotografo, quindi, deve fare il
fotografo, con la sua sensibilità,
personalità maturata nel corso degli
anni lavorando con la macchina
fotografica in mano.
Quando parli d’improvvisazione credo
tu intenda NON mancanza di
professionalità ma semplicemente qualche
accadimento imprevedibile che magari può
dare un valore aggiunto all’evento. Che
so: una gara ciclistica durante l’uscita
degli sposi dalla Chiesa, oppure la
sposa che sviene all’altare o che rimane
in intimo in mezzo a Piazza Signoria a
Firenze in piena estate. Insomma un
qualcosa che non puoi in qualche modo
“prevedere” prima.
Un servizio di matrimonio NON si può
improvvisare.
Fermo restando che lavorando in forma
reportagistica ogni matrimonio ha una
sua storia, io ho già un’idea ben
precisa di come mi muoverò quel giorno.
Io o qualcuno dei miei assistenti
abbiamo già fatto dei sopralluoghi, in
precedenza abbiamo parlato con gli sposi
per pianificare gli spostamenti della
giornata, abbiamo studiato una
tempistica in modo da arrivare al luogo
del ricevimento poco dopo gli invitati.
Abbiamo già previsto in caso di pioggia
delle situazioni alternative sempre
lungo la strada dalla chiesa al
ricevimento. Il servizio fotografico di
un matrimonio è qualcosa di unico e
irripetibile e NON ammette errori e
quando accade l’”imprevisto” è la
professionalità del fotografo che gli
permette di affrontarlo e risolverlo.
Per concludere: la traccia del
matrimonio è il matrimonio stesso.
Quando non metti in posa cosa potrebbe
essere altrimenti????
Quale consiglio sentiresti
di darci per concludere?
Un consiglio su tutti che rivolgo
anche a me stesso: non pensiamo mai di
essere arrivati, di non avere più niente
da imparare, di essere i migliori. Lo
smettere di confrontarsi, di leggere, di
studiare porta inevitabilmente ad un
appiattimento del proprio lavoro. Il
fotografo è un’artista e come tale la
sua vita è costellata di “periodi” che
coincidono sempre con una maturazione.
Se riguardo le mie foto di alcuni anni
fa vedo un Edoardo diverso che adesso ha
metabolizzato quell’esperienze per
apprenderne di nuove.
Altra cosa fondamentale in un
fotografo è la cultura. Non importa
andare all’Università. Oggi ci sono
mezzi ugualmente potenti per leggere e
studiare, ma è veramente importante
conoscere il lavoro e la storia di
fotografi contemporanei e del passato.
Il fotografo deve essere un tifoso della
fotografia e come i supporter conoscono
a memoria tutti i giocatori presenti e
passati della propria squadra del cuore
così il fotografo deve conoscere almeno
i “grandi saggi” della fotografia. Come
è possibile non conoscere chi ha
inventato la fotografia o non sapere
cosa hanno fatto Seymour, Capa, Rodger e
Bresson? Non lo sapete…..????
Un abbraccio e buon lavoro!!!
Grazie
Grazie a tutti e
buon lavoro. |